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Cent’anni di (me e) inquietudine

  • 15 mar 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

O “un breve racconto”




Questa mattina mi sono svegliata e accanto a me c’era l’inquietudine. Alla mia sinistra, sotto le coperte. Si è voltata e ci siamo guardate negli occhi: il suo corpo esile - ma con la testa molto grande - i capelli sottili e deboli, la carnagione chiara. Una bambina invecchiata. Mi sono girata subito dall’altra parte, ritentando il risveglio, sperandomi più fortunata, o ancora, magari, nel mondo dei sogni. Alla mia destra il letto finisce, e l’inquietudine, quindi, non ci poteva essere. Molto bene: è bastato così poco. La giornata è potuta cominciare con normalità.


(Mi rendo conto ora scrivendo e osservando da lontano il mio letto come l’inquietudine, in realtà, si trovasse anche alla mia destra, ma sotto le spoglie dell’opera postuma di Pessoa. Poco male: quella lì dentro è la sua. E poi quel libro non lo apro da almeno tre mesi, nda)


Mi sono quindi alzata, srotolando ad una ad una le vertebre della mia schiena, come le insegnanti di pilates su YouTube amano ricordare nelle transizioni da posizioni supine a posizione erette - e viceversa. 


Un morso ad un cornetto scongelato, un sorso di tè, il giorno da addentare.


Il cielo fuori era grigio, lo vedevo bene dalle vetrate che sarebbe rimasto così tutto il giorno, nonostante qualche nuvola fosse più sottile di altre e lasciasse intravedere note azzurrastre.


Questi dettagli non mi scappano, no no no.


Mentre strizzavo gli occhi per diagnosticare il meteo delle successive dodici ore, ho meccanicamente versato il tè nella tazza accanto alla mia. Immaginerete la mia sorpresa nello scoprire che avevo appena rabboccato la tazza di tè rooibos all’inquietudine. Ha leggermente chinato il capo per ringraziarmi, con gentilezza. 


Era lì, con i suoi piedini a penzoloni che non toccavano terra. 


Ho lasciato la mia colazione a metà e mi sono diretta in bagno per lavarmi i denti. Se era davvero determinata a restare, che lavasse lei i piatti, no?


Sono circa cento anni che conviviamo, anche se io vivo solo da 29. Ho imparato a capire che non è un’amante delle faccende di casa. Forse teme un eczema alla pelle da contatto con il detersivo. Ha certamente un’epidermide delicata.


Facendo le scale verso il bagno, ho inventariato i cibi ingeriti nei giorni precedenti e no, niente funghi o spezie particolari di alcun tipo che potessero giustificare queste derive allucinatorie. Respira ampio e profondo, mi sono detta, proprio come dicono le insegnanti di yoga su YouTube e negli studi overpriced della città.


Il sapore della menta della pasta dentifricio mi ha riportata con i piedi per terra, ho lavato le mani per sessanta secondi, abbinando un movimento elevatorio alternato dei miei talloni, per risvegliare la microcircolazione (you guessed it, come suggeriscono le personal trainer di YouTube). Inquietudine non si è palesata allo specchio.


Ho aperto l’armadio e scelto un paio di pantaloni, un maglione e dibattuto su quali calzini fossero idonei per evitare che qualche guscio cilindrico non perfettamente depilato né idratato rischiasse di essere intravisto qualora durante il giorni avessi deciso di accavallare le gambe da seduta.


Questi dettagli non mi scappano, no no no. 


Cappotto, borsa, chiavi. (null’altro)


Garage, folle, prima, retro, rotazione di 90°. Ed eccola lì. La bastarda, senza cintura, fa partire l’allarme. Per favore, possiamo collaborare e non infrangere il codice della strada? Grazie. Non ha esitato.


Sono circa cento anni che conviviamo, anche se io vivo solo da 29. Devo dire che solitamente è abbastanza mansueta se si tratta di rispettare la legge.


E così siamo partite. Radio Rai 3 in cassa: “Uomini e profeti”. Si parla della religiosità delle donne oggi. Vedo inquietudine che ammicca, sicuramente anche lei ha notato l’ironia del maschile sovraesteso utilizzato nel titolo.


Abbiamo parcheggiato sull’asfalto rovinato del piazzale. (Dico "abbiamo" perché ormai eravamo in due).


Siamo entrate nel salone del parrucchiere e, incredibilmente, siamo state subito invitate alla stazione shampoo. Io mi dicevo: concentrati su cosa senti con i sensi - il tocco delle mani sulla testa, l’acqua calda, l’aroma dei prodotti, la musica italiana. Respira, va tutto bene, rilassati. Ad occhio e croce, stavo ripetendo tutti i punti che da manuale mi devo ricordare di ripetere per scongiurare un attacco di panico.


Inquietudine era lì, seduta sulle mie ginocchia. Sussurrava che, forse, in realtà, non mi sentivo proprio bene. D’altra parte la stagione è quella dei malanni e io lavoro sempre troppo, il che certamente abbassa le mie difese immunitarie. I neon sono odiosi. Sparano una luce fredda e ansiogena. Mi sono forse accorta che non ci sono finestre? Me lo ricorda.


Sento che estende le sue braccia secche, entrano sotto al mio maglione. È un abbraccio sottocutaneo che mi stringe la gola e porta il mio cervello ad una frequenza tale che ogni cosa è un fastidio. Voglio urlare. Oppure alzarmi e sciogliermi come un gelato caduto per terra. Dissolvermi, puff.


Ma la maschera rafforzante sta riposando e devo stare con il collo piegato all’indietro. Così schiaccio il mio esofago come una cannuccia, penso. Allungo le braccia in avanti verso il mio cellulare e scrivo un messaggio: Sto per avere un attacco di panico. Risposta: Vuoi che venga lì così non sei da sola?


A volte dei byte sono la blandizia che cerco.

Non ti preoccupare, grazie. Ora mi calmo, magari ci vediamo dopo?


Inquietudine si è frammentata e ridistribuita uniformemente tra me e la realtà: non mi impedisce i movimenti esterni, ma blocca il flusso della ragionevolezza. 


Non mi godo nulla. Esco scontenta del taglio. Ho ragione di pensare che la parrucchiera si sia lasciata distrarre dal furto di un cappotto nel salone. La mia frangia a tendina sembra una frangia ad ante. Non mi ricordo Jane Birkin, nemmeno le giovani avventrici dei parrucchieri di Londra o Milano. D’altra parte sei a Mantova, mi ricorda lei, mentre mi guarda attraverso lo specchietto retrovisore.


La giornata è proseguita. Pensando che no, non posso mollare e non posso lasciare che l’inquietudine prenda il controllo della circolazione del mio traffico interno. Ho sentito la costanza delle sue dite gelide che mi accarezzano lungo il collo, come una spiga verde in primavera strisciata sulla pelle mentre mi corico al sole.


Il sole la secca e l’affloscia, solitamente. Mi espongo come un rettile per scaldare il mio sangue raffreddato, di prassi, così si stacca da me, e resto io, svuotata, come una carcassa di cicala sul tronco di un pino costiero in città. 


Ma, come detto, il cielo fuori era grigio.


Sono circa cento anni che conviviamo, anche se io vivo solo da 29. Certe cose iniziano da prima. Da prima che ne abbiamo coscienza. 


Ora è qualche giovedì più tardi. Prendo le forbici IKEA da cucina e mi sistemo la frangetta. Io volevo il look da Jane, l’allure della donna stilosa senza barocchismi. I capelli nel lavandino, spero di non intasare lo scarico. Che pazzia.


A volte faccio queste cose e penso siano matte, poi mi ricordo che i picchi di adrenalina si raggiungono, mediamente nella vita delle altre persone, attraverso altre attività e mi faccio domande sul senso della mia vita. 


Mi guardo allo specchio e mi dico: Ehi, bel lavoro. Guardo meglio e l’inquietudine non c’è. Se ne è andata senza salutare? Dubito sia un arrivederci per sempre. 


Cigola la porta e mi scaldo dell’acqua per l’ennesima tisana allo zenzero. Mentre porto la tazza gialla alla bocca intravedo l’orario lampeggiare sul microonde. Mi chiedo se la troverò, inquietudine, ad aspettarmi nel letto, a ricordarmi che è già l’una passata e che domattina la sveglia suonerà ben prima delle otto ore di sonno che potrebbero dare una chance alle mie occhiaie di sgonfiarsi e ai miei neuroni di drenare le tossine accumulate durante il giorno. 


È probabile che la troverò accoccolata. Nel posto di fianco al mio.








Sono circa cento anni che conviviamo, anche se io vivo solo da 29 anni, e mai una volta che mi abbia scaldato il letto.

 
 
 

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