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Clinker clinker little star

  • 10 feb 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 13 feb 2025

O “del sottile collegamento che intercorre tra una piastrella rettangolare traslucida e l’immaginario milanese dell’alta borghesia anni ‘50”


“This is ridiculous” - ci troviamo all’incrocio tra via Lambro e via Melzo, 45°28'26.8"N 9°12'32.7"E - “Look at the mosaic cladding of this building, how meticulously placed every tiny tile is”.


Abbiamo proseguito per via Lambro verso via Sirtori, per poi virare verso nord perderci un po’ in zona viale Tunisia. Era la settimana del design e la mia amica e designer (ma anche artista, artigiana e biologa) Rosana Escobar mi apriva per la prima volta gli occhi al mondo del clinker.


Avevo sempre visto quelle piastrelline dai colori metallici e terracei come il sigillo di ceralacca che impediva a quei palazzi “molto brutti” di respirare. Uno strato inutile di bruttura gratuita (o forse molto costosa?), su edifici che mi sembravano sciapi parallelepipedi, progettati per ospitare persone, ma senza l’obiettivo di renderle “felici” (come a quanto pare l’architettura può - dovrebbe? - fare).




Beh, incredibilmente, qualcuno riusciva ad apprezzare queste piastrelle. Ricordo il mio cervello interdetto cominciare immediatamente a macinare, a chiedersi cosa potesse renderle interessanti.


In principio, nelle settimane seguenti, ho semplicemente iniziato a notare il clinker e a prendere atto dell’effettiva precisione nel suo utilizzo. Una precisione che sicuramente non doveva avere ragioni unicamente strutturali. Ci doveva essere, effettivamente, un’estetica alla base di questo materiale, e del suo particolare utilizzo. Progressivamente, la galleria del mio telefono ha iniziato a riempirsi di fotografie di palazzi rivestiti da queste piastrelle: ho iniziato a vederle come parte integrante di una tendenza, a sospendere il giudizio un po’ superficiale di bruttezza e a cercare di afferrare il loro senso contestuale. Il tratto in treno tra Milano Rogoredo e Milano Centrale, per esempio, ne offre uno spaccato eccezionale (me lo hanno fatto notare, guardando fuori dal finestrino, un mattino di Luglio).


E così ho iniziato a vedere le cose (le case, in particolare) in modo diverso e a fare un po’ di ricerca su queste sospirate “piastrelle”.


Partiamo quindi dal principio. Il clinker - o klinker - è un tipo materiale laterizio ottenuto con la cottura delle materie prime a temperature molto elevate. Viene cotto a circa 1250 °C, una temperatura tale da permetterne la semi-vetrificazione. Questo significa che le piastrelle di clinker sono particolarmente dense e resistenti, anche da un punto di vista meccanico. Inoltre hanno una superficie liscia e non igroscopica (per capirci, l’acqua è igroscopica, quindi non esserlo significa essere “impermeabili”).


Il clinker è un materiale che dà forma al paesaggio del capoluogo lombardo da almeno 80 anni. Si è diffuso sensibilmente a partire dalla seconda Guerra Mondiale, come rivestimento per le facciate dei palazzi, e il suo aspetto traslucido e brillante ha contribuito a creare l'estetica milanese, grazie ad una reinterpretazione del cotto "facciavista" tipico dell’architettura britannica, olandese e tedesca. Questo laterizio nasce infatti come muro portante, ma negli anni ‘30 si inizia ad esplorare una strada diversa. Ed è qui che entra in gioco Milano.


È il 1930. Il senatore De Capitani prende in mano il progetto dell’ex senatore Bernocchi di ricollocare le mostre Triennali delle Arti decorative (che si trovavano presso la Villa Reale di Monza) nella città di Milano, dotandola finalmente di un prestigioso palazzo dedicato all’Arte. Giovanni Muzio viene incaricato da De Capitani di costruire tale palazzo all'interno del Parco Sempione. Tra il 1931 e il 1933 il palazzo viene costruito ai margini di Parco Sempione, aggiungendosi ai capisaldi monumentali del Castello Sforzesco, dell'Arco della Pace e dell'Arena, e divenendo il primo esempio di utilizzo del clinker in Italia. In questo caso il clinker viene, rivoluzionariamente, utilizzato come “pelle” dell’edificio, accostato al granito rosa di Baveno. 45°28′20.12″N 9°10′25.16″E.



Dal secondo dopoguerra, il clinker continua a venire utilizzato in virtù della sua versatilità. Le piastrelle possono infatti essere incollate direttamente alla superficie muraria, assumendo le forme più svariate e sfruttando una vasta gamma di colori. C’è probabilmente anche un pizzico di lascito fascista nei primi utilizzi di un materiale come il clinker, così resistente alle intemperie, autorevole, potente, immune al passare del tempo. Chissà.


Insomma, questa piastrella ha effettivamente un ruolo nella definizione dell’immaginario milanese, dimostrando come l’ingegno italiano possa trasformare un elemento strutturale in uno decorativo, per ottenere risultati nuovi, moderni e mai pensati prima. Tra una ricerca e l’altra, un Renzo Piano, un De Carlo, e un Gardella, mi sono imbattuta nell’architetto Caccia Dominioni, che del clinker ha fatto una vera e propria firma, soprattutto nelle colorazioni dell’azzurro e del crème caramel, definito dallo stesso progettista "non colore". Tra i palazzi di Caccia Dominioni che ho sbirciato grazie a questo fantastico sito, c’è sicuramente il palazzo di via Ippolito Nievo 28, ma a me piacciono molto anche quelli del mio quartiere, che come questo blogpost vuole candidamente ammettere, ho imparato ad apprezzare. 





Interessante anche la storia del formato di molte di queste piastrelle: il 6x25, aka il formato perfetto per ottenere un effetto “brick”. L’azienda lecchese CE.SI. (Ceramiche di Sirone) ne ha fatto una vera fortuna, diventando un punto di riferimento internazionale nel mondo delle ceramiche per la qualità delle sue piastrelle e per la vasta varietà di formati e colori che offre. Cosa non si scopre.


Un altro nome di spicco del panorama delle piastrelle a livello globale è Marazzi, un’azienda nata a Sassuolo nel 1935 e diventata leader mondiale nel settore grazie a esperienza, capacità di innovazione, creatività e design. Il legame tra Marazzi e Milano mi permette di chiudere il cerchio e riportarci alla Triennale, dove nel 1960 la casa presenta per la prima volta la piastrella “quattro volte curva” disegnata da Gio Ponti e Alberto Rosselli. Mi rendo conto che usciamo un po' dal tracciato, ma questa piastrella (che non è di clinker) è davvero stupenda. Trent’anni dopo, nel 1990, Aldo Cibic progetta la famosa panchina Millepiedi dei giardini del palazzo (cosa non si scopre, bis). Nello stesso anno (ultima chicca che non posso non condividere) Marazzi partecipa alla decorazione del serbatoio di fronte al Cimitero Monumentale, che diventa così la Torre Arcobaleno in occasione dei mondiali di calcio Italia ‘90. La versione variopinta che vediamo oggi, però, è frutto di un restyling successivo, da parte dello stesso team, in occasione dell’Expo nel 2015.





Ritornando sul sentiero piastrellato dal clinker, forse capisco meglio ora cosa mi ha reso ostile, in prima battuta, a quei "mosaici" cittadini: potrebbe essere la sensazione di ripetitività, di “non-artigianalità”, di necessità di ottimizzare. Mi spiego, a partire dal Novecento, con la produzione industriale ormai pienamente avviata, anche i materiali da costruzione come le piastrelle iniziano ad essere standardizzati e prodotti in serie. Quell’afflato di modernità sulla pelle delle case voleva suggerire futuro, prosperità, oggettività, un nuovo “modo giusto” e privilegiato di concepire la creazione delle cose. E infatti rivestiva le case dei borghesi, non quelle di tutti


Oggi il clinker avviluppa le case di chiunque, non è più baluardo borghese: sono ormai altri i materiali che comunicano distacco, benessere e novità. Sì, l'avvento del clinker non ha rappresentato un fenomeno socio-economicamente inclusivo, e il messaggio che ha mandato è di una abbastanza muscolare voglia di progresso. Tuttavia trovo molto affascinante come in questo caso l’avanzamento della tecnica abbia preso per mano l’innovazione di progetto, sbloccando nuove soluzioni nel concepire gli edifici. Anche dietro alla scelta di una piastrella verde fango, c’è una scelta simbolica ed estetica, c’è potenza espressiva, c’è un dare forma alle idee. C'è grazia, riconoscenza al materiale. Mi fa sentire in uno spazio più denso, camminare per strada tra edifici pensati.





 
 
 

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